Il Pericolo del cambiamento invisibile

Gabriel Tupinamba, uno psicoanalista lacaniano che lavora a Rio de Janeiro scrive al suo amico Slavoj Žižek. La storia ci rimette davanti alla difficoltà di combattere un nemico tanto più difficile perchè invisibile. Ecco lo stralcio di lettera fra i due professionisti del benessere psicologico.

Il mio amico Gabriel Tupinamba, uno psicoanalista lacaniano che lavora a Rio de Janeiro, in un’email mi ha fatto notare questo paradosso: “Le persone che già lavoravano da casa sono le più ansiose e le più esposte al rischio delle peggiori fantasie d’impotenza, perché a determinare la singolarità di questa situazione nella loro vita quotidiana non è un cambiamento di abitudini”.

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Il concetto è complicato ma chiaro: se non c’è stato un grande cambiamento nella nostra realtà quotidiana, il pericolo viene vissuto come una fantomatica fantasia senza precedenti e per questo ancora più potente. Non ci dimentichiamo che nella Germania nazista l’antisemitismo era più forte nelle zone in cui la presenza degli ebrei era minima: la loro invisibilità li rendeva fantasmi terrificanti.

Anche se in autoisolamento, Tupinamba continua a curare i suoi pazienti usando il telefono o Skype. Nella sua lettera osserva sarcasticamente che gli analisti che finora, per motivi teorici, erano rigorosamente contrari al trattamento psicoanalitico in absentia, tramite telefono o Skype, lo hanno immediatamente accettato quando, a causa dell’isolamento, ricevere i pazienti è diventato impossibile e non volevano perdere soldi.

Il pericolo del coronavirus gli ha fatto venire in mente quello che osserva Freud all’inizio di Al di là del principio del piacere. L’enigma che tormentava Freud era perché “i soldati che erano stati feriti in guerra riuscivano a superare la loro esperienza traumatica meglio di quelli che erano tornati illesi, i quali tendevano ad avere sogni ricorrenti in cui rivivevano le immagini e le fantasie violente della guerra”.

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Tupinamba collega questa osservazione al suo ricordo delle manifestazioni di protesta scoppiate in Brasile nel 2013: “Molti miei amici appartenenti a diverse organizzazioni di militanti, che erano in prima linea nelle manifestazioni ed erano stati picchiati e feriti dalla polizia, mostravano una sorta di sollievo soggettivo a essere stati segnati da quegli eventi.

All’epoca la mia ipotesi fu che i lividi ‘ridimensionavano’ le forze politiche invisibili che avevano rappresentato quel momento, riducendole a una dimensione individuale e gestibile, mettendo un limite al fantomatico potere dello stato. Era come se le ferite e i lividi segnassero i contorni dell’Altro” (in questo contesto l’Altro è l’agente invisibile che perseguita i paranoici).

Tupinamba osserva che lo stesso paradosso si verificò anche quando scoppiò l’epidemia di aids: “L’invisibile diffusione dell’aids, l’impossibilità di rendersi conto delle dimensioni del problema, era così esasperante che mettere un timbro ‘hiv positivo’ sul passaporto delle persone malate non sembrava un prezzo troppo alto da pagare per dare un contorno simbolico alla situazione. Avrebbe almeno dato una misura alla potenza del virus e ci avrebbe messi in una situazione nella quale, avendolo già contratto, avremmo potuto stare a vedere quanta libertà avremmo ancora avuto”.

Slavoj Žižek

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